|
Le
origini
Prisca
villa di Vettio agli ozi cara, prima distesa al pian, poi sulla vetta; più
fortunata, o bella montanara, ché alla Vergine bruna sei diletta: dalle
tue sommità miri, lontano, nel sol giganteggiar monte su monte. Ai piedi
tuoi vario e giocondo è il piano. Mormora l’acqua del Casale al ponte.
Di mandorli sei lieta a primavera. A te il lento Agri
nebbia vaga estolle…
Con
questi versi salutai, la patria della mia adolescenza e della mia
giovinezza: Viggiano, tutta distesa a mezzodì, ariosa e luminosa, sopra i
mille metri di altitudine, con saluberrimo clima, fresco d’estate,
fresco asciutto d’inverno.
Il
nome Viggiano, deriva, secondo alcuni, dal verbo greco izano,
io sosto; in antiche carte ricorre il nome di Bizano e in altre Viziano;
altri ne attribuiscono l’origine alla civiltà romana, dal nome proprio
latino Vibius.
Secondo
il Flecchia,
prende nome dal gentilizio romano Vibius o Vejus come Vejanum
o Vibianum praedium o da Vettius, probabilmente da un Vettianum
o Vectianum praedium, ossia villa, podere di un Vettius
e i Vettii, erano oltre che a Pompei, anche a Grumentum, a
cui sembra appartenesse come pagus.
Fra
le iscrizioni antiche di Potenza, una è dedicata ad un Vibio Flacco;
di un Vibius si parla in un’altra di Grumento; trasformandosi la
b in g, come da Fobea deriva Foggia e da Fobeanum Foggiano,
così da Vibbianum deriva Viggiano.
Tale
latifondo, villa o vicus, assumerà il nome della famiglia del
signore. Così da Vibius, presumibilmente un Vibio Flacco, si ha la
denominazione di Vibianus pagus, riferito non solo all’abitato,
ma a tutto il latifondo e che si trasformerà in seguito in Bizano
e finalmente nell’attuale Viggiano.
Il
nome Viggiano potrebbe, in seguito, scaturire da una divinizzazione
del proprietario di suddetta villa e quindi da vecta jani o vide
janum.
Derivando
l’etimologia di Cajano da Cajus, della tribù Pomptina, Cajanus,
l’antico nome del pago, fu un predio, un fondo, una villa di Caio, così
come Gabiniano, predio, fondo, villa di Gabinio o Zabinio, secondo un
graffito di Pompei. Se Trebbiano deriva da Trebius, Fabiano da Fabius,
Caggiano da Cajus, allo stesso modo, Viggiano deriverebbe da
Vejus o Vibius.
In
antiche carte Viggiano è Viziano: quindi il nome
deriverebbe da Vettius o Vectius e la famiglia Vezziana fiorì
nella città di Grumento. Nei suoi marmi si legge: Vettia Cn. L.
Philelma … Cn. Vettius…
Ai
tempi della repubblica Caio Vezzio della tribù Pomptina costruì il
portico di Grumento, con pecunia paganica, probabilmente danaro ricavato
dai fondi rustici, come si legge in un’epigrafe. Negli scavi di Pompei,
si trova la ricca casa di un Vezzio.
Del
resto il nome di Viggiano, benché possa legittimamente nascere da un
Vibius o da un Vejus-Veianus, conservato in forma latina, nessun ricordo
lapidario, nessuna traccia si ebbe mai di essi, mentre depone in favore
dell’altro una Vezzia di Gneo Lucio Filelma, Gneo e Caio Vezzio.
I
nomi locali che terminano con il suffisso iano appartennero a qualcuno,
come indicanti proprietà fondiarie di antiche famiglie italiche che divennero paesi, dalle prime case dei coltivatori del feudo. Satriano,
Aliano, Viggiano, Stigliano, fanno risalire l’origine al nome del
signore che aveva il predio fin dai tempi dell’impero. Una tale forma
di aggettivo, che indicava appartenenza alla famiglia Ostilia, Albia,
Balbia, Vibia, nacque dopo le
invasioni barbariche ed erano i nomi delle ville rustiche, cresciute in
paghi, probabilmente anche prima dei barbari.
Fabiano,
Vaiano, Viggiano, sono nomi di ville formate alla maniera dei latini e con
un finale iano (janus), aggiunto al nome del padrone, formavano quello dei
loro possessi, i quali diventarono più popolati dopo di ché, molti
Romani, ai quali erano
rimasti pochi averi, abbandonarono le città e si ridussero nei loro fondi
con gli schiavi e i coloni che li coltivavano, fino a quando non vennero
ad occupare i loro campi le orde barbariche.
La
località, in epoca pre-romana, era un punto di sosta per quei greci che
dalla costa ionica andavano verso la costa tirrenica o viceversa. Non rari
sono i ritrovamenti di tombe greche risalenti al VI secolo a.C.
La
storia, comincia a parlare di Grumentum in occasione delle guerre
puniche, per le battaglie tra romani e cartaginesi. Dalla stessa Grumentum,
prima come villa di una famiglia gentilizia Vibianum o Vectianum
praedium, poi come comunità più estesa, trasformandosi in pagus
ha origine il paese i cui abitanti, come quelli di Grumentum e di
numerosi altri paghi , crearono un insediamento abitativo sulla corona
montana per sottrarsi alle continue incursioni
dei saraceni (X sec.). .
Il
paese nasce, quindi, in epoca romana, come pagus di Grumentum,
che è un oppidum romano.
Il
Racioppi
così descrive il pagus: dominava nell’assetto della proprietà
la forma del latifondo, massime sotto l’impero, sul quale, coltivato da
schiavi, poi da servi e da coloni, è d’uopo esistano qui e qua le
capanne dei coltivatori, le case del villico, le stanze del signore,
quelle delle Scorte. Ecco il nucleo di una villa. Tre, o quattro, o più
di queste ville formano un vicus, e da vichi più grandi il pagus.
Il
Caputi, sostiene molto apertamente le tesi vettiana, dando scarso
rilievo sia a quella vibiana che alla vejana e precisa che:
Grumento
non mancò di ville. Una alquanto lungi riusciva ad austro del monte, che
giganteggia su di un ampio territorio in complesso Vectianum praedium; e,
degradando dal braccio orientale, torce verso il piano quasi a zampa di
cavallo, sede
originaria di un nucleo di popolo, appellata in tempi medievali Marcina,
Cotura, Mattina…Importanti ruderi scoperti ne’ dintorni e non meno
importanti oggetti che mise fuori la marra, avvalorano la tradizione
nell’ammettere il prisco Viggiano in tal luogo di luce giocondo di
casine, a tre miglia da dov’è oggi il paese.
Il
Caputi
scrive che una villa di Vectianum, sorgeva proprio ai piedi del
Monte di Viggiano. A supporto di questa tesi, sono state ritrovate,
in suddetta zona, due stanze una ottagonale e l’altra circolare,
ricche di mosaici ed affreschi.
Cavandosi,
scrive Zigarelli,
si rinvengono dei tumoli, condotti sotterranei di piombo, pezzi di
marmo bianco, capitelli di colonne, suggelli di bronzo, vasi antichi,
lapidi corrose dal tempo, monete greche e partenopee; tutto nel suo
insieme addita che una città di riguardo vi si ergea; ma quale si fosse,
è difficile nella tenebria dei secoli definirla. Gli eruditi si sono
affaticati per raccogliere contraddizioni tra loro.
Sono
state ritrovate due lapidi e i resti di due stanze, una
ottagonale, l’altra circolare, accanto ad una figura ovale. Delle
due, quella ottagonale, oltre agli affreschi in cortine a merletti
traforati, ha il pavimento tassellato a diversi colori con cinque teste
muliebri, una in mezzo e quattro negli angoli e, negli opposti interstizi,
pesci, delfini ed altro. La stanza circolare, nasconde in gran parte il
disegno a mosaico. Tutta l’area della vigna di Valentino Labanca, è
cosparsa di loculi, di ossa umane, di tegole servite a rappezzi di muri di
cinta e della casa rurale di questo, fondata su vecchie fabbriche, che
testimonierebbe la presenza di una villa o del suo ipogeo. E’ incerto se
le due stanze appartennero alla villa di Vezzio o all’ipogeo, ma sembra
più probabile all’ipogeo, poiché una delle due lapidi, è una curva ad
arte, che sta sul muro della stanza circolare.
All’esterno
del muro c’era un’epigrafe del III-IV sec.: Tizio liberto di
Publio, Niceforo maestro mercuriale Augustale destina la tomba per sé,
per Marco Picacilio, liberto della moglie Picacilia, maestro
mercuriale Augustale e per Tizia, liberta di Publio Filemazione madre.
Sembra
che un liberto avesse costruito un simile ipogeo, assumendo prenome e nome
del proprio signore. La profusione del lusso pagano, che si ritrova perfino
i
pavimenti e nelle pareti dei sepolcri, come era usato dai facoltosi e il
tipo delle stanze, incontra la più sicura spiegazione nelle tombe romane.
Piacque
a taluno conservar nell’asilo delle ceneri la somiglianza delle
abitazioni dei vivi… Non si lasciavano spoglie di eleganti ornamenti, di
finissimi stucchi, di leggiadre scolture, nonché di eleganti mosaici nel
pavimento.
L’altra
delle due lapidi menzionate indica che un luogo di delizie, divenuto
ricettacolo di morti, continuò nel medioevo, periodo nel quale un Furio Rufino
destinava alla suocera benemerita, Furia Faustina vissuta 70 anni, un
cippo con iscrizione: Fur.
Faustine Socrefur. Rufinus. B. M. T. Que vix a. LXX.
La
presenza delle numerose ville, suburbane o rusticae, testimonia la
grande abitabilità offerta dalla zona, con i suoi servizi di permanenza
e di transito, le cui vestigia sono rinvenibili non solo nelle
testimonianze emerse dagli scavi.
Esse
disegnano la presenza di diverse contrade, vitalizzate dal concetto della
unicità della cittadella-patria grumentina, collegate tra loro; si
dimostrano in grado di offrire una più intensa articolazione di funzioni
al praedium e, nello stesso tempo, esercitano le tecniche
dell’autogestione che accompagna lo spirito di associazione, ma anche il
rispetto del diritto, pubblico e privato e quello della tutela religiosa.
Questi due aspetti appaiono in un unico soggetto, ma in due testimonianze.
La
prima, ci perviene dal ritrovamento del cippo prope Viggianum, al
mulino di Alli:
l’esistenza dell’iscrizione sepolcrale, avvalora l’ipotesi che
lungo il torrente, viveva una piccola comunità di persone, dedita a
trarre dai mulini ad acqua il necessario per la sopravvivenza.
Doveva trattarsi di una serie di mulini che servivano più di un nucleo
abitato e la stessa città di Grumentum.
Il
secondo aspetto ci viene proposto da Roberto da Romana,
diacono della Chiesa saponariense nel 1162, che ha per protagonista ancora
la famiglia di un Pactumeio (anche se appare come Pactumenio), in
occasione della sepoltura di S. Lavorio: Corpus vero Beati Laverii à
Dicilla Lucilla nobili femina cum viro suo Pactumenio Cristalli…
pretiosis unguentis delibutum, aromatibus conditum, et lineis velis
involutum in cypressina capsa conditum in eodem loco Martyrii honorefice
sepultum fuit.
L’anno
era il 312, i personaggi sono gli stessi o hanno il nome della stessa gens.
Il
Caputi
ritiene che l’abbandono del pago fu dovuto non alle invasioni
barbariche, bensì alle inondazioni del torrente Alli, che avrebbe
impedito alle popolazioni di vivere tranquillamente. Non è da escludere,
però, che il trasferimento sul colle del sito attuale si ebbe intorno al
mille, al tempo cioè della caduta di Grumentum.
Tale
evento allarmò la popolazione di tutti i centri vallivi della zona,
poiché se i barbari avevano distrutto una munita e grande città, non
avrebbero avuto difficoltà a distruggere centri minori. Tali centri erano
numerosi intorno a Grumento, come quello della zona del Vetere a Moliterno,
quello tra Viggiano e Marsicovetere, uno tra Paterno e Marsico Nuovo e un altro
tra Paterno e Tramutola.
Le
reliquie scoperte in dette zone, unitamente alla toponomastica delle
stesse, confortano tale certezza, da cui deriva che Viggiano, nella
primitiva sede, sorse ai tempi dell’impero romano; Moliterno, prima del
Medioevo; le due Marsico prima del Mille e l’attuale Viggiano,
insieme a Grumento Nova e Tramutola, dopo il mille.
Ambienti
come il fiume Alli, che significa arginato, Cotura, terra
posta a cottura o chiusura, Mattina, terra sboscata, aperta, sono
indizi di una nuova società che succede alle catastrofi di fisici o
sociali cataclismi ed incline ai lavori della terra. Sul versante a
nord-est dell’esteso territorio si trova l’altro torrente: il Casale.
Le
cresciute generazioni alla destra di Alli e del torrente alla balza di S.
Maria la Pietra, tengono l’irto e faticoso colle a m. 1020, già
occupato da un guerriero, da un prode arimanno, qui trinceratosi con i
suoi figli, raggruppandosi in borgata, umile vassalla, a piedi della torre
di un dinasta.
Dalla
Via Herculia, (che collegava
la Via Traiana e la Via Appia) e per l’Itinerarium Antonini,
(da Anzi, Abriola, Marsico), si riversarono nella valle tribù di predoni,
a cui si aggiunsero le angherie delle soldatesche e dei mercenari, e tutto
ciò portò ad una crisi del commercio e dell’agricoltura. Ai contadini
non restò che dare le proprie terre in affidamento, pro-anima o pro-tutela, e ritirarsi sulla collina
vicina dove l’incerto culto januale
era stato sostituito da quello di Mitra, la cui testimonianza è rimasta,
per secoli, nella lastra del torrione del castrum di Viggiano.
|