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Basiliani
e periodo feudale
Nel
535 d.C. Belisario, generale dell’imperatore greco Giustiniano,
conquista l’Italia Meridionale ed è in questo periodo, durante un
ventennio di lotte tra Goti e Greci, che giungono dall’Oriente i primi
monaci basiliani. Si ha notizia certa che, nel 565 d.C., questi monaci sono
presenti in Val d’Agri, fondano una serie di comunità monastiche
finalizzate alla preghiera ed al lavoro, vere e proprie oasi nella
generale distruzione prodotta dalle guerre che si susseguono senza
interruzione.
Un
documento del secolo X accenna ad una provincia di Marsico, riferendosi
ad una di quelle ripartizioni minori o distretti intorno al fiume Agri,
che corrispondeva, sotto i Bizantini, al castaldato o comitato dei
Longobardi.
Nel
571 Alboino, re dei Longobardi, conquista il Sannio e, nel 589, il
longobardo Autari fonda il Ducato di Benevento del quale fa parte
l’intero territorio di Viggiano.
Nel
periodo intercorrente tra l’844 e l’851 il Ducato di Benevento si
scinde in due principati autonomi, quello di Benevento e quello di Salerno;
quest'ultimo comprende, alla metà del sec. IX, tutta l’antica
Lucania ed è a sua volta suddiviso in castaldati, fra i quali quelli di
Grumento, al quale appartiene Viggiano, e di Marsico.
I
Longobardi da Satriano si spingono verso l’Alta Val d’Agri dove,
nelle ville fortificate, i possessores difendono le loro terre.
Installatisi a Grumentum attraverso la via Herculia,
spingendosi fino ad Anzi, ricostruiscono i castelli goti che erano stati
rasi al suolo da Belisario e da Narsete[1]. Le loro abitudini funerarie militari consistevano nel sovrapporre ad una pertica una colomba di legno, con il becco rivolto verso il luogo dove la persona era morta, poste in luogo prospiciente e visibile dal centro abitato, rito che fu presto sostituito dalla presenza di croci latine. E' questa, probabilmente, l'origine della denominazione della collinetta de Le Croci a Viggiano.
Dalle
origini fino a questo periodo, e quindi per più di mezzo millennio, Viggiano
si presenta come un latifondo dipendente, dal punto di vista
amministrativo, da Grumentum.
La
situazione si modifica radicalmente prima con le invasioni degli Arabi di
Sicilia e poi dei saraceni che, nell’872, assalgono Grumentum e, nel
944 nonostante la presenza di fortificazioni, la distruggono.
I
saraceni distruggevano ogni immagine sacra che trovavano sul loro
cammino; i monaci ebbero il tempo però, durante la fuga, di seppellire,
sul monte sopra Viggiano, un’immagine di Madonna scolpita nel
legno.
L’origine
della statua della Madonna è un mistero, mentre è prodigioso il suo
rinvenimento. In tempi di atroci persecuzioni anticristiane i fedeli, per
preservare da ingiurie e profanazioni immagini e reliquie di santi, le
occultarono in luoghi reconditi e inaccessibili.
Uguale
sorte ebbe questa statua che da secoli giaceva occulta, sopra il più
alto monte dell’agro di Viggiano.
Venne
fuori una statua di legno dorata, di scultura greca, la gran Regina del cielo, in seggio, dal volto
bruno olivastro, amabile nello sguardo, vestita alla greca, con
corona imperiale, con un aureo manto che la rende maestosa, avendo sulle
ginocchia un bambino di simili fattezze e nella destra una palla[2].
La
statua fu collocata in una piccola cappella, denominata S. Maria
del Deposito, che diventerà poi la Chiesa
Madre di Viggiano, mentre un’altra cappella fu edificata sul
Monte, nel luogo del ritrovamento. Si tramanda che, intorno al 1400, alcuni pastori che ai piedi del monte di Viggiano guardavano le greggi, sul far della sera notarono una lingua di fuoco sulla cima del monte. Vi salirono e scavarono trovando l’effigie della Madonna, nascosta più di due secoli prima dai monaci fuggiaschi. Ora, ogni anno in maggio, la statua della Madonna viene portata in processione solenne dal paese al monte per poi, la prima domenica di settembre percorrere il cammino inverso.
La Madonna nera di Viggiano è il patrono della
Basilicata.
Il
culto che della Vergine bruna ebbero ed hanno gli abitanti di Caggiano,
già sede di monaci bizantini e di lingua greca[3], induce a pensare che la
statua della Madonna di Viggiano risalisse ad epoca bizantina.
Di
altre statue che, in tempi di eresie, furono trovate
prodigiosamente in Lucania sono piene le nostre storie; quella di Carbone fu trovata
in un bosco dove poi sorse il Monastero
di Orsoleo; in un burrone la statua di S. Maria della Rupe a S. Martino
d’Agri, tanto somigliante a quella di Viggiano.
Oltre
alle tracce tutt'ora visibili dell’insediamento dei monaci basiliani
nella zona, resta notevole l’insegnamento che i monaci trasmisero agli
abitanti del luogo, riguardo l’uso del sambuchè, l’arpa portatile da
collo, che avrebbe permesso loro una certa emancipazione economica oltre
che culturale attraverso la musica.
Una
nuova suddivisione dei feudi è riportata nel Registro dei Baroni di
Federico II, compilato per la prima volta tra il 1154 e il 1168 e poi
aggiornato nel 1239. In esso si parla di un Berengarius de Bizano,
sicuramente riconoscibile come feudatario di Viggiano, il cui feudo
fa parte del Giustizierato di Basilicata; il termine Bizano
deriverebbe da un Vettius ed anche Vedius delle Iscrizioni[4].
Nel
1268 si scatenò una rivolta contro
Carlo I d’Angiò, alla quale partecipa
anche Viggiano, rivolta determinata dal ritorno di Corradino di Svevia e
dalla volontà di scacciare l’angioino per ridare la reggenza alla casa
sveva.
Nel
periodo angioino aumentano le terre infeudate ma il dominio è del re
piuttosto che del feudatario.
Viggiano, dopo la rivolta, viene assegnato a Bernardo de la Baume, milite e
familiare di Carlo I nonché giustiziere di Basilicata.
Nel
1278 gli abitanti di Viggiano o Bianum devono provvedere
al mantenimento del castrum di Anzi.
All’inizio
del XIV sec. è feudo di Giovanni Pipino e poi di Roberto Sanseverino; in
seguito lo sarà dei Dentice, dei Sangro, dei Loffredo ed infine dei
Sanfelice.
Nel
1456 si verifica uno spaventoso terremoto a causa del quale muoiono più di trentamila
persone e molti abitati sono distrutti.
Sappiamo
che, nel 1467, il paese è feudo di Giovanni Dentice,
riconfermato da Alfonso I d’Aragona, che istituisce pesanti tasse o
pedaggi sul trasporto delle merci in molte zone del regno, già povere in
quanto prive di qualsiasi forma di scambio. Anche Viggiano è
inclusa nella lista dei pedaggi compilata nel 1469 e che verrà abolita
solo nel 1789.
Il
periodo aragonese è costellato da rivolte represse che durano fino
all’invasione del regno di Napoli da parte dei Francesi guidati da
Carlo VIII.
La
contesa circa il possesso del regno tra Spagnoli e Francesi viene
risolta nel 1501, quando Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, e Luigi XII,
re di Francia, si dividono il regno: la Basilicata resta sotto il
dominio degli Spagnoli.
Quanto
a Viggiano, sia il feudo che il castello sono concessi a Luigi
Dentice, distintosi nella battaglia di Ravenna contro i Francesi.
E’
questo un periodo di prosperità per il paese poiché è uno dei centri
più popolosi della Val d’Agri e, come tutte le zone interne, non
risente nemmeno dell’invasione turca del 1533.
All’inizio
del 1500 viene edificata la Cappella sul S. Monte, destinata ad
accogliere la statua lignea della Madonna nera.
Intorno
al 1560 vengono edificate le Chiese di S. Benedetto, S. Antonio
Abate e S. Nicola.
Nella
memoria del De Sangro si narra che la statua fu portata sul monte la
prima volta nel 1566, data plausibile delle prime processioni, essendo le fabbriche del
santuario non anteriori al secolo XVI.
Nel
1594, secondo quanto riportato in una delle relationes ad limina
del vescovo Antonio Fera, sono presenti le confraternite del Santissimo
Rosario e del Santissimo Sacramento;
inoltre si parla di un ospedale che si sosteneva con le sue rendite ed
elemosine, dotato di tutto il necessario ed era servito da tutto il clero
del paese[5].
La
prosperità determina, in questo periodo, un notevole incremento
demografico. Nel 1630 Luigi Dentice è costretto a
vendere il feudo a Giovanni Battista Sangro, che ottiene, nel 1638, il
titolo
Terra di Bari et
Basilicata – dall’Atlante del Magini, Bologna, 1620
Il
paese continua a prosperaree ne è prova il continuo aumento demografico:
si passa dai 578 fuochi del 1590 ai 695 del 1648, fino a raggiungere, nel
1736, 4322 abitanti.
Il
malcontento nei confronti della dura reggenza spagnola si manifesta in
numerose ribellioni, fra cui quella del 1647, alla quale partecipa anche Viggiano.
Nel
1672 una carestia seguita da un disastroso terremoto riducono il paese in
cattive condizioni.
Le
relationes ad limina del vescovo Pinerio riportano l’entità
del patrimonio del clero: esistono in totale, in questo periodo, 20
chiese, di cui 9 in paese e 11 extra muros, mentre viene ridotta
l’attività degli ospedali e degli ordini assistenziali.
Le
notizie che si hanno del paese, sempre del 1600, sono legate al nome di
due medici: Ferdinando Cassano, autore delle Questiones medicae edite a Venezia nel 1564, e Giambattista Verri.
Nel
sec. XVIII costituiscono testimonianza le relazioni del Gaudioso del
1735 e il Murat
[6].
Relativamente
al paese, il Gaudioso[7]
parla di una popolazione di 4000 abitanti, pochi dei quali si
mantengono col ritratto dei loro averi, poiché gli altri tutti si
sostengono colle fatiche personali nel coltivar il terreno, anche in
alieni paesi. Detta terra sta sotto il baronaggio dell’illustre principe
di Viggiano Giambattista Sangro. Vi è la Chiesa Parrocchiale (S. Pietro),
come pure l’Abbazia detta di S. Maria della Giustizia. Vi è finalmente
il Convento di S. Maria della Nova dei PP. Minori di S. Francesco, che
vivono di elemosina.
Anche
questo, è un periodo di prosperità.
Carlo
III di Borbone, intanto, innesca un processo volto a ridurre il potere
dei feudatari, aumentato a dismisura.
Nel
1759 il paese è in rivolta contro il proprio feudatario e, nel 1798,
contro gli
stessi borbonici, divenendo, durante la proclamazione della Repubblica
Partenopea, luogo democratico.
Terra
di Bari et
Basilicata – Antonio Zatta, Venezia, 1783
Il
1789, anno della Rivoluzione Francese, dà il segnale dell’emancipazione
dei popoli, oppressi da lunghe tirannidi e delle libertà costituzionali.
L’eco degli avvenimenti francesi si fa sentire anche al Sud.
Nel
1799 un gruppo di intellettuali scalza i Borboni dal trono di Napoli e
instaura la Repubblica napoletana. In seguito al trattato di Vienna i
francesi rimettono sul trono i Borboni.
Viggiano
si
oppone per alcuni giorni, ma i francesi insorgono e, per far pagare la
resistenza, fucilano 57 uomini.
Le
notizie di questo periodo si devono a Lorenzo Giustiniani[8],
bibliotecario del re Ferdinando I, il quale scrive nel 1797: il
territorio è molto ben coltivato e specialmente le vigne.
Invece
l’Antonini[9]:
sono da quei contadini tenute con tal proprietà che fanno invidia a
quelle di Toscana. Vi si raccoglie del frumento, legumi, olio. Oltre
all’agricoltura esercitano pur anche la pastorizia. Non vi manca la
caccia di lepri, volpi e di più specie di pennuti. A non molta distanza,
tiene l’Aciri o Acri, che dà del pesce. In questo paese vi è molto
commercio con altre popolazioni delle province e fuori ancora. Vi si vede
un ospedale ed hanno due monti frumentari. I viggianesi sono per lo più
suonatori di arpa e taluni avrebbero molta abilità se fossero istruiti
nella scienza della musica.
Viggiano,
intanto, viene portato in dote dall’unica erede della famiglia Sangro,
Francesca, al proprio sposo Francesco Loffredo, conte di Potenza. Da lui
il feudo passa alla famiglia Sanfelice di Monteforte che ne mantiene il
possesso fino al 1806, anno in cui, emanate da Napoleone le leggi eversive
della feudalità, si conclude la storia del paese come feudo, iniziata con
i Romani.
Sempre
nel 1806, viene domata un’insurrezione contro i francesi e vengono
eseguite alcune fucilazioni nei pressi della cappella di S. Lucia.
Scrive
B. La Padula[10]:
le
fucilazioni del 17 e 22 agosto
1806 in Viggiano fra il Paschiero e il muro destro del Convento furono una
di quelle viltà che la storia comporta con sé, quando l’anima ne è
così presa che dimentica il distinguere il bene dal male. E quante di
queste viltà accompagnano la storia della rivoluzione francese! Ma nel
caso di Viggiano si aggiungono le antiche radici di rivalità di parte e
di individui: il fatto storico è invilito dal malo odore che emanavano
concittadini che si scagliavano e si accusavano, e cadevano nella fornace
degli odi e delle viltà…
Nel
1807 un altro terremoto danneggia il paese.
Nel
1809 Napoleone emana la legge che sopprime tutti gli ordini religiosi
possidenti.
Viggiano
prende parte all’attività della rinata monarchia borbonica; è tra i
primi paesi ad applicare la legge del 1816 la quale sancisce che ogni
Comune deve dotarsi di un regolamento di polizia urbana e rurale. In
questo periodo si gode di una discreta situazione finanziaria; la
popolazione va dai 5700 abitanti del 1805, ai 6634 del 1857.
Nel
1884 il poeta Giovanni Pascoli, venuto qui quale commissario d’esame,
in contatto epistolare con Giosuè Carducci, non manca di sottolineare,
come il paese risuonasse continuamente di suoni d’arpa, tanto da
paragonarlo ad Antissa, il paese greco famoso per i suoi suonatori di
cetra.
Ne
sono testimonianza il monumento di ingresso al paese nonché le effigi
scolpite sulle chiavi di volta dei portali più antichi, ancora
esistenti. [1] T. Pedio, La Basilicata Longobarda, Potenza, 1987, p. 108 [2] F. P. Caputi, op. cit. [3] La parrocchia di Caggiano è S. Maria dei Greci. [4] G. Racioppi, Origini storiche investigate nei nomi geografici della Basilicata, Napoli, 1876, p. 485 [5] N. Ramagli, op. cit. [6] Statistica del Regno di Napoli, 1811 [7] R. M. Gaudioso, Descrizione della provincia di Basilicata, 1736 [8] L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1797-1805, Tomo X, p. 61 [9] G. Antonini, Discorsi. La Lucania, Napoli, 1745, p. 513 [10] B. La Padula, Viggiano e la sua Madonna. Indagine storico-illustrativa, Potenza, 1968
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