da un lavoro di Giulia Rosa Celeste:

 "L'Arpa popolare Viggianese nelle fonti documentarie"

a cura dell'Amministrazione Comunale di Viggiano

Agosto 1989

PRESENTAZIONE

"Ho l'arpa al collo, son viggianese; tutta la terra è il mio paese" (p.P. Parzanese)

A TUTTI I VIGGIANESI EMIGRANTI,

OVUNQUE ED IN OGNI TEMPO.

Nel momento in cui il cammino per il recupero e la valorizzazione della tradizione musicale di Viggiano raggiunge una tappa significativa, in occasione del VII Concorso Nazionale d'Arpa (4-10 settembre 1989), non poteva mancare la pubblicazione di un saggio, il quale, da un lato, testimoniasse, e, dall'altro, rivelasse il valore sociale e culturale di essa, nell'ambito della 'Piccola storia" locale e meridionale, fatta anche dal continuo vagare in ogni parte del mondo dei viggianesi, umili costruttori e suonatori d'arpa o famosi musicisti, e dalla benefica influenza che essi esercitarono sui costumi e sullo sviluppo del loro paese d'origine.

Ringrazio vivamente, per questo, l'autrice, la dott.ssa C.R. Celeste,  la quale, sotto l'autorevole guida del Prof  Bronzini, ha condotto una fresca e puntuale ricerca, visitando archivi, biblioteche, musei, case private. e portando alla luce notizie, dati e soprattutto documenti di notevole interesse, che, finora ignorati o poco accessibili, esaltano la specificità del suo contributo alla riflessione sull'arpa e sui musicisti viggianesi (già avviata da Leydi, Bracco e Corvino), accrescendo il fascino della loro storia e stimolando vieppiù la curiosità verso quanto rimane ancora da scoprire.

E l'Amministrazione comunale di Viggiano, nel dare alla stampa questo volume, ha voluto premiare l'impegno di C.R. Celeste e dare altresì la prova concreta di un'azione dell'Ente locale diretta ad appropriarsi della "memoria storica ", nella consapevolezza che è segno di grande civiltà di un popolo conoscere il proprio passato e testimoniarlo nelle forme più opportune ed adeguate ai tempi.

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Passato, musica, emigrazione sono quasi sinonimi per il viggianese; e la storia dell'arpa, da considerare uno strumento di diletto, bensì di lavoro ( " e quando al desco mancava il pan, tosto alle corde correa la man"), è storia di vagabondaggio e di emigrazione, per il viggianese. Pertanto, rievocando l'arpa, è e di obbligo ricordare il triste fenomeno migratorio, pur in una valutazione storico-critica non del tutto negativa, anzi, per molti versi e in alcune epoche, esaltante, poichè Viggiano deve tanta parte del suo progresso civile e culturale, soprattutto nel corso dell'Ottocento, 

alla musica, all'arpa, e appunto, paradossalmente, all'emigrazione,e di Viggiano, se non fosse stata la patria di costruttori d'arpe e di musicisti, e dei viggianesi si sarebbe scritto molto meno nella cronaca, nella letteratura, sulla stampa. E mentre scrivo queste cose, conservo ancora vivo nella memoria il ricordo del viaggio in Australia, nel febbraio 1989, insieme a un folto gruppo di viggianesi, per incontrare, a Melbourne, i numerosi concittadini (circa 3.000) lì emigrati. Una esperienza umana e civile per tutti indimenticabile: il calore degli affetti, il legame al proprio paese d'origine e ai suoi valori, la voglia di riscattarsi e di progredire, con l'onesto e diuturno lavoro, sono stati gli aspetti maggiormente rilevati ed apprezzati. Aspetti, ritengo, comuni e dominanti in ogni epoca dell'emigrazione, drammatica ed incessante dei Viggianesi; quella antica, con l'arpa a[collo, e quella più recente, con le valigie legate con lo spago, in un costante succedersi di fatiche e di privazioni, di ritorni lieti e di partenze tristi, di attese e di speranze, tanto più forti quanto più lunghe le distanze dal proprio paese natìo.

Perciò, sicuro di interpretare i sentimenti dell 'Amm. Com. e dell'intera popolazione di Viggiano, desidero, in questa presentazione, ricordare tutti gli emigrati viggianesi e dedicare loro questo saggio di G.R. Celeste, con fierezza, gratitudine ed affetto, poichè in ogni tempo e ovunque, in una ideale continuità storica, hanno amato ed onorato il loro paese.

Agosto 1989 IL SINDACO

(prof. Vittorio Prinzi)

 Viggiano: centro di sviluppo dell'arte popolare musicale e dell'artigianato delle arpe. Raffigurazioni nelle chiavi di volta.

"Correva l'anno 872 della nostra era, allorchè in questa contrada irruppero i Saraceni che fecero man bassa su tutto. Fu distrutta Grumento che, nei suoi pochi avanzi, le tante volte mi ha ispirato", le più profonde impressioni sul destino dei popoli; e da quei profughi vari borghi furono edificati tra i quali Viggiano che s'ebbe tale denominazione pel tempio di Giano che ivi esisteva [... ] Viggiano! Sul cui suolo s'impiantarono, nei prischi tempi, i manipoli delle legioni romane, ora divenuta terra di canti e di armonia fa brillare il genio artistico sulla fronte di quei vispi cittadini".

Così scriveva l'articolista anonimo nel 1876.

Oggi Viggiano è un piccolo paese a mt. 1023 sul livello del mare. Si dispone a grappoli di case adagiate sui monti: il Calvario ed il Castello. (Tav. I) L'altitudine culmina con il monte della Madonna di Viggiano sulla cui sommità è sita la chiesetta dell'omonima Madonna Nera, meta di pellegrinaggi.Nel 1881 contava 6030 abitanti, oggi sono 3245 circa. Antico Pagus di Grumentum,deriva il nome dal gentilizio romano Vibius. Centro basiliano, dal secolo decimo l'antica Rizzano (la Ryamm angioina) fu fortificata dai Longobardi. Prese parte alla rivolta ghibellina nel 1268, ai primi del secolo XIV fu feudo dei Pipino, appartenne ai San Severino, ai Del Balzo, ai Dentice e ai duchi di Sangro e, infine, ai Loffredo conti di Potenza. Partecipò ai moti del 1799; insorta poi contro i Francesi nel'1806, soffrì da questi saccheggi e un grave massacro. Ebbe parte nei moti de11821-22 e 1848, fornendo poi volontari nel 1860 all'armata insurrezionale lucana.Sedici anni più tardi usciva a Viggiano il primo numero de "L' Arpa Viggianese", "Giornale popolare educativo", fondato da G. Catalano, col fine di "istruzione, diletto, ordine, libertà".

I cinque numeri, che furono pubblicati, si presentano spogli di sussiego nella lotta per il pane e il lavoro, diritto incontrastato e sacro di ogni uomo. Negli articoli proposti al pubblico vengono trattati argomenti di vario genere che smuovano, educatamente, gli animi dei lettori ai problemi della Storia di fine '800 e li avvicinino alle tradizioni di Viggiano. Una grande attenzione è dedicata alla pratica musicale a cui i Viggianesi si dedicavano da autodidatti; e tra le righe affiora il rispetto e l'amore per quest"'arte" che aveva cambiato il volto a Viggiano,rendendo ogni tugurio una casa. La Musica, espressione del "genio artistico" di questi "omini;' venne portata per il mondo e suonata nelle piazze e nelle vie per più di un secolo. I Viggianesi partivano dal paesello natìo, a gruppi di famigliari, e con la compagnia di fanciplli, a cui veniva affidata la questua e il triangolo, raggiungevano i continenti più lontani e alcuni vi si stabilivano.

I loro canti erano arie dell'opera lirica, canzoni napoletane, melodie folkloristiche sulle quali intonavano temi cari ai girovaghi: la nostalgia per la famiglia, la casa, la giovane fanciulla salutata prima di partire, il ricordo della guerra. Il suono degli antichi gruppi dei musicanti oggi non si ode più nelle vie del paese; si potrebbe pensare ad una tradizione ormai spenta. Ma, passeggiando per le stradine, qualche segno dell'antica ricchezza creativa ad un osservatore attento non sfugge. Sui portali di alcune case e nelle chiavi di volta degli archi notiamo, invece dell'usuale stemma nobiliare, bassorilievi con piccole arpe datate dal 1858 al 1882 (Tavv. II-XII). Alcune sono a forma di lira antica e racchiudono iniziali forse del musicista; altre sono fedeli alla struttura della piccola arpa viggianese, da sola o con violino; altre ancora sono arpette arricchite da decorazioni e capitelli scolpiti; tutte vengono di seguito presentate. Queste pietre "parlano" di una tradizione ormai scomparsa, il cui rispetto e ricordo, i musicanti viggianesi, hanno voluto fermare nel tempo. Esse stabiliscono un rapporto comunicativo col presente.

A Corleto Perticara vive Rocco Rossetti, muratore, detto "a Tosca", ultimo suonatore d'arpa popolare. Apprese il suo repertorio all'età di sei anni da Pasquale Capobianco, suo nonno, anch'egli arpista di Corleto e caporchestra di un complesso formato da musicanti del luogo. Egli mi ha fornito la foto de11939, che si allega (Tav. XXI). Gruppo composto da nove persone davanti ad un portale. A cominciare da sinistra in alto suona il violino il dott. Schiavone Alfredo, vivente, di Corleto, medico; al suo fianco il defunto benzinaio Guerrieri Antonio, che suona il mandolino.

In primo piano Capobianco Pasquale, nonno del Rossetti, suonatore di arpa nei saloni, caffè, barbieri a New York; il signor Lapenta Filippo, fotografo, defunto, autore della foto con macchina a scatto; Rossetti Rocco all'età di sei anni vicino all'arpa piccola portativa, che ha in seguito bruciato. Seduto, in centro, suona la chitarra il maestro Lauria Giuseppe, maestro di scuola, proprietario di un panificio. Alla sua sinistra Falotico Ermidio suona il violino, barista, defunto. Alle spalle l'americano Ierardi Vincenzo, defunto in America, finanziatore del complesso; Rossetti Carlo, fratello del primo all'arpa positiva. L'arpa portativa, senza pedali, forse era viggianese, data dalla maestra Plata, che l'aveva avuta da alcuni Viggianesi; era di ebano; costruita con legnami che venivano da lontano, stagionati e cotti al forno. L 'arpa positiva del Rossetti Carlo presenta sul madiglione un'incisione: A.D.F.B.G. Vincenzo Corain. Rossetti Rocco mi ha mostrato gli spartiti del nonno: esercizi tecnici del Bochsa; mi ha detto di aver bruciato "la arpa piccola" di avere svuotato della meccanica quella "grande" del nonno, acquistata in America, rendendola portativa con una cinghia.

Il suo repertorio è composito: spazia, secondo quello tradizionale viggianese, da musica folkloristica, balli, tarantelle, mazurke, a brani di famose opere liriche; serenate, un trasporto funebre e musica d'accompagnamento (Tav. XXII).

 

 

 

 

  Arpe diatoniche di tipo viggianese oggi esistenti.

La mostra degli strumenti della musica popolare in Italia del 1984 ha consentito per la prima volta, sia nella fase preparatoria di ricerca e documentazione, sia nel raffronto diretto di oltre cento strumenti riuniti per essere esposti, una ricognizione abbastanza sistematica e comunque assai estesa dello strumentario italiano di uso popolare, e, in questo contesto, ha permesso di documentare in modo più o meno esauriente alcuni gruppi di strumenti e di individuare alcuni strumenti finora non noti.

Alla mostra degli strumenti popolari italiani tenutasi a Bologna nel 1984 è stata esposta un'arpa portativa a trenta quattro corde, altezza cm 140, costruita presumibilmente a Viggiano alla fine del sec. XIX; di proprietà del prof. Leydi che l'acquistò a Milano nel 1983. Lo strumento presenta una colonna scolpita: arricchita da una "corona" sul capitello. Nel padiglione della Basilicata: "La comunità rurale e la sua "poesia" di Italia '61, a Torino, viene esposta un'arpa portativa, proprietà di Alfredo Fiore (8) di Viggiano. Lo strumento è completo di cinghia per il trasporto, in ottimo stato di conservazione; usata da Raffaele Padula (nonno di Alfredo) suonatore girovago in Austrialia con il violinista Giuseppe Punaro.
Arpa (portativa?) senza meccanica,di trentasei corde,altezza cm 146, larghezza cm 63; ha due corde in più in funzione dell'altezza; la colonna è solcata da scanalature parallele, nel senso della lunghezza; il capitello poggia su un calice di foglie, scolpite nel legno; è sormontato da una corona e presenta fregi. La colonna, in basso, si restringe e poggia su un piccolo zoccolo tornito. Di proprietà della sig.ra Rosa Fanelli Vicario di Potenza, donatale
dalla madre maestra d'arpa, che, a sua volta, l'aveva ereditata dal padre avv. Zito che aveva studiato a Viggiano. Arpa portativa a trenta corde, altezza cm 125, colonna sottile, tornita ed essenziale, capitello con semplice fregio sormontato da una corona, datata intorno al XVIII secolo. Arpa portativa di legno in noce, con trenta quattro corde, altezza cm. 140 circa. È un esemplare di quelle usate nel napoletano dai suonatori girovaghi viggianesi, dono al Museo Storico Musicale "S. Pietro a Majella", Napoli, del Duca Ernesto del Balzo. È contrassegnata dal numero di catalogo 792, la cassa di risonanza ha i fianchi dritti e sulla tavola armonica presenta un traforo a figura geometrica posto in modo asimmetrico. La cassa armonica, a differenza delle arpe contemporanee, è chiusa a tergo e quindi il suono veniva distribuito dalla parte anteriore della cassa attraverso i trafori, tecnica costruttiva differente da quella delle arpe moderne. La colonna è sottile e snella, si presenta danneggiata nel gomito del modiglione e nel tergo della cassa.
La base è di forma rettangolare, più sporgente dietro e ridotta ad un bordino sul davanti, sorretta da quattro piedini laterali, due avanti e due dietro a forma di zampa. È priva di capitello, la colonna è sormontata da una corona lineare; sul modiglione si conservano tutti i pironi ove si avvolgono le corde. Nell'insieme è flessuosa e

slanciata. La "Hooked Harp" di Antonio Bertolini, 1790, conservata al Dubrovnik Museum, Rector's Palace; altezza cm. 100, corde n. 17, di tipo portativo, anch' essa presenta trafori sulla cassa armonica a forma di fiore per la fuoriuscita del suono simile a quella dell'arpa del Museo in S. Pietro a Majella. Priva di corona, nella parte inferiore poggia direttamente sulla tavola armonica. La meccanica è ad uncino come quella delle arpe usate in Tirolo e Bavaria citate dal Lippman nel suo articolo "Le arpe popolari in Italia" pubblicato in " Analecta Musicologica " e precedentemente da Hans Zingel, Goethe, E. T. Hoffmann, Heine, Berlioz.